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l’arte di giocare

Posted by eMOTIONpnl | Posted in Blog | Posted on 15-10-2008

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Agiamo e giochiamo così possiamo sperimentare la meraviglia e la bellezza dell’esistere.
Il gioco è un’arte nel puro senso della parola e di questo gioco i bimbi ne sono i maestri…
Ad ogni bambino viene insegnato ad essere serio, grave, con la faccia computa. Ad ogni bambino viene insegnato a negare il divertimento ( non saltare, non correre, non strillare, non divertirsi troppo, non ridere sguaiatamente, non superare i limiti). Gli vengono dati ordini del tipo: “staI buono”, come se ci fosse qualcosa di sbagliato nell’energia che esprime la vita stessa. Ogni volta che il bambino è allegro, la famiglia, la gente che lo circonda, tutti cominciano ad insegnargli qualcosa, come se avesse sbagliato qualcosa. Quando il bambino è scontento, infelice tutti simpatizzano per lui offrendo cure e parole d’affetto.
Quando il bambino sta male, tutti sono pronti a prendersi cura di lui, perché tutti stanno meglio di lui e possono esercitare una posizione dominante e dispensatrice di cure… possono dare affetto a chi sta male.
Quando l’altro sta male possiamo soddisfare il nostro bisogno di dare affetto e cura… egoisticamente diamo spazio alla “crocerossina” che dentro di noi aspetta di trovare il male per curarlo. Quando il bambino sta bene tutti si “pre-occupano” di frenarlo, fermarlo dagli freni e barriere per limitare i suoi spazi e le sue azioni e controllarne il comportamento e la sua vita.
Quando il bambino è a letto malato arrivano, il padre, la madre, i parenti; tutti sono molto premurosi con lui. Il bimbo comincia ad imparare che esiste qualcosa di sbagliato nell’esprimere e sperimentare energia, entusiasmo, forza e nel manifestare la gioia di vivere: qualcosa “non” va nella danza, nelle corse, nelle urla. Ed impara che c’è qualcosa di giusto nell’essere tristi e malati, apprende che quando stiamo male qualcuno viene in nostro soccorso e che quando stiamo bene gli altri si allontanano e ci giudicano.
Così facendo nel corso della nostra crescita associamo che quando stiamo male le persone simpatizzano con noi e ci stanno accanto; quando invece stiamo bene ed esterniamo tutto il nostro entusiamo sembra che siamo contro tutto e tutti.
Questo stato di cose ci fa nascere un forte senso di colpa, che ci accompagnerà per tutto il corso della vita.
Se sentiamo in chiesa che il prete ride fragorosamente potremmo rimanere turbati. Come può un prete, vicario di cristo, ridere a questo modo ed in un luogo come la chiesa?
Per forza il prete deve essere triste, serio, irrevocabilmente rigido e rigoroso.
Si può ridere al bar o nel villaggio vacanze, ma ridere in chiesa?? Proprio no!
Bisogna essere seri quando si va in chiesa, simili a cadaveri… almeno questo è lo stereotipo comunemente diffuso.
Questa educazione ha in sé un pericoloso circolo vizioso: i nostri genitori hanno educato noi e loro sono stati educati prima ancora dai loro genitori che sono stati educati dai loro. Da qualche parte ed in qualche tempo qualcosa ha cominciato a girare in modo da generare limitazioni e colpe. Forse è accaduto perché si crede che “non” si possa fare lavorare una persona felice ed entusiasta. Solo la gente triste può essere obbligata a fare qualcosa; ecco perché si lavora, spesso ci si condiziona affinché si diventa tristi. Mentre siamo portati a credere che le vacanze hanno il dono di regalare felicità e divertimento.
In passato la vita era difficile, l’uomo era in lotta costante e continua con la natura. Sopravvivere era l’unico obiettivo possibile all’uomo e tutti dovevano lavorare duramente, il lavoro era la propria schiavitù. Se sei felice vorresti danzare, cantare suonare, non andare a caccia. Se sei felice, chi si preoccuperà del dovere e della sopravvivenza? Tutto questo è pericoloso per la sopravvivenza e quindi anche per il gruppo. Ecco perché il piacere e la felicità sono stati condannati. Ti è stato detto, ed è entrato nel tuo sangue, che il lavoro è lo scopo della tua vita. Un uomo retto è sempre a lavoro; un uomo cattivo sembra essere sempre in vacanza.
Questa riflessione è lo spunto per scardinare sistemi di credenze che hanno il solo scopo di imbrigliare il godimento entro rigidi comportamenti e privazioni.
È cosa certa che nel lavoro vogliamo collaboratori seri ed educati, precisi e puntuali, ma vogliamo anche che siano motivati ed entusiasti del lavoro che fanno… ma come possono unire le due categorie se sin dalla nascita sono stati educati che il lavoro è sofferenza e le vacanze sono l’unico momento in cui poter essere liberi e felici?
Spesso l’essere umano si condanna a lavorare per 330 giorni all’anno per poi avere 35 giorni di vacanza…
Proprio una vita d’inferno…

La domanda fondamentale è: come posso estrarre dal mio giorno quanta più gioia possibile? Come posso andare a gioco lavorare? Come posso essere felice quando mi impegno per raggiungere i miei obiettivi lavorativi?

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